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La frenesia della vita moderna, i falsi idoli e i miti sempre più lontani dalla vera idea di “mito”, ci portano spesso a sottovalutare aspetti importanti della nostra stessa esistenza. Sempre più raramente capita di fermarsi e chiedersi come mai qualcosa funziona in un modo piuttosto che in un altro, a capire realmente cosa ci piace e cosa no, a scoprire i nostri interessi, rivelare a noi stessi i nostri veri sentimenti. E sempre più raramente agiamo consapevoli, guidati dalla nostra Ragione e dal nostro Cuore: sempre più raramente abbiamo il tempo o, piuttosto, la volontà di fermarci e capire quale deve essere la nostra Via. A nostra discolpa possiamo solo portare il fatto che non tutti siamo dei filosofi, che non tutti possiamo avere idee affinate e ben definite, che per qualcuno è più facile e per molti no. Vero. Per questo motivo, chi sceglie di seguire una Via, spesso fa propri dei principi e dei valori elaborati in maniera formale da qualcun altro: principi e valori che noi stessi sentiamo attinenti alla nostra personalità, al nostro modo “istintivo” di vivere. Ma molti continuano a brancolare nel Buio, nonostante al mondo siano presenti schiere di principi, massime, sentenze e stili di vita ai quali, in un certo modo, potersi adeguare. Adeguarsi ad uno stile di vita non vuol dire essere conformisti, anzi è sempre più vero il contrario. Vuol dire soltanto cercare di dare un ordine alla propria vita, per capire cosa veramente vogliamo da essa e come lo vogliamo ottenere. Non seguire strettamente uno schema precostituito, ma adattarlo a noi. Per questo ho pensato di raccogliere alcuni dei principi sui quali cerco di fondare la mia vita, senza alcuna presunzione di essere nel giusto, o di riuscire ad applicare correttamente e costantemente questi stessi principi: la vita è una strada da percorrere, e non si può dire di averla percorsa tutta se non quando siamo alla fine. Solo allora potremo tirare le somme e tentare, senza autogiustificazioni, di capire se abbiamo agito come avremmo voluto. Sebbene alcuni di questi precetti non potranno essere accettati facilmente da noi occidentali, ve ne sono molti abbastanza vicini anche alla nostra cultura e perciò più facilmente assimilabili. Spero che queste pagine non restino semplice inchiostro su carta, ma possano essere spunto di meditazione, punto di partenza per riflessioni profonde.
Il primo insieme di principi che voglio riportare è costituito dai precetti che il Gen. Choi Hong Hi pose alla base dell'Arte Marziale da lui creata. Un insieme di principi che un buon praticante di Taekwondo (e non solo) dovrebbe seguire sia nell'apprendimento dell'Arte sia, illimitatamente, durante il cammino della propria vita: Avere la volontà di progredire qualsiasi siano le difficoltà incontrate Essere gentili con i deboli e duri con i forti Accontentarsi della posizione economica, ma non credere mai che sia al limite dello sviluppo della destrezza Portare sempre a termine ciò che si è iniziato, grande o piccolo che sia Essere il maestro a disposizione di tutti, senza tenere conto della religione, della razza o delle ideologie degli allievi Non cedere mai alle opposizioni o alle minacce quando si sta perseguendo una nobile causa Insegnare l'attitudine e l'abilità, con atti e non con parole Essere sempre se stessi in qualsiasi circostanza Essere l'eterno maestro, che insegna con il corpo quando è giovane, con le parole quando è vecchio, con i principi morali quando è morto.
Nel VI secolo d.C., il monaco buddista Won Kwang Bopsa, su richiesta del re Chingchung, fondò il 29° corpo di fanteria dell'esercito della dinastia Silla, con lo scopo di difendere il regno dalle minacce dei nemici. Questo corpo speciale, formato da guerrieri scelti fra i giovani nobili del regno, prese il nome di Hwa Rang (“Fior della Gioventù”): ad essi fu insegnato un sistema di combattimento chiamato Tae Kyon (“combattimento con le gambe”), e ricevettero un addestramento basato sulla filosofia buddista e su un codice d'onore i cui cinque punti fondamentali sono: lealtà verso la patria lealtà verso i propri genitori fratellanza e fiducia reciproca tra i membri del Hwa Rang coraggio: mai ritirarsi di fronte al nemico senso di giustizia: mai sacrificare una vita senza una valida ragione
Si dice che, il 12 maggio del 1646, Miyamoto Musashi, uno dei più grandi e leggendari Ronin (samurai senza padrone) del Giappone antico, sette giorni prima di morire avesse scritto il documento chiamato Dokko-do (“La Via che bisogna percorrere da Soli”): una raccolta di 19 precetti che racchiudono l'essenza dell'etica samurai. Questi i precetti: non contravvenire all'immutabile Via evitare i piaceri del corpo sii assolutamente imparziale non avere desideri non avere interessi non invidiare gli altri non rattristarti nelle separazioni resta esente da rancori e animosità non avere desiderio d'amore non avere preferenze non ricercare la comodità personale non concederti lussi non possedere oggetti preziosi non ritenere false credenze o superstizioni non spendere denaro se non per la spada dedicati totalmente alla Via, incurante della morte anche nella vecchiaia, disinteressati al possesso rispetta gli dei, ma non pregarli non lasciare mai la Via di Heiho1 |